Videoclip “Burying Ophelia” dei Moth’s Tales

“Burying Ophelia”, il videoclip/cortometraggio del singolo estratto dall’omonimo album dei Moth’s Tales, è ufficialmente disponibile sul web.
Con la regia di Michele Furfari e la post-produzione di Gabriele Imperatori, le scene sono state girate tra Palmanova e Campolongo al Torre (UD) e riprendono l’ambientazione campestre dell’artwork del disco di Rossano Bertolo. Tra le fonti di ispirazione “I duellanti” di Ridley Scott e i video degli anni ’80 dei Cure.

Guarda il video di “Burying Ophelia”

In occasione dell’uscita del videoclip, è stata pubblicata su Musicalnews.com una recensione dell’album da parte di Dario Albelli.

“Burying Ophelia” è il quarto album dei Moth’s Tales, gruppo apprezzato da critica e pubblico come tra le realtà più ispirate nel panorama del rock vicino alle sonorità post-punk e alla new wave. Co-prodotto da Enrico Berto (Amari, Lombroso) e masterizzato a Londra da Neil Pickles, il lavoro è dedicato all’Ofelia shakespeariana come icona di ideali e di bellezza soffocati dal pragmatismo e dalla soppraffazione, l’album è stato accolto egregiamente dalla critica italiana e menzionato tra i migliori dischi dell’anno dal giornalista inglese Mick Mercer.

http://www.mothstales.com/

Due anni dal terremoto di Haiti. I risultati di AGIRE

AGIRE-Agenzia Italiana per la Risposta alle Emergenze, lancia “Nou Viv! Storie di Vita ad Haiti a due anni dal terremoto”, un viaggio multimediale che racconta – anche attraverso le voci e gli sguardi degli Haitiani – due anni di lavoro delle ONG di AGIRE e traccia un bilancio degli interventi realizzati grazie ai 14,7 milioni di euro raccolti in Italia.

Sono trascorsi due anni dal terribile terremoto che ha causato oltre 200 mila morti e 1,5 milioni di sfollati. Ma la situazione ad Haiti resta di una gravità allarmante: oltre 600 mila persone vivono ancora all’interno dei campi, senza immediate prospettive di vedere riconosciuto il loro diritto a un’abitazione dignitosa. L’interruzione ufficiale delle distribuzioni di acqua potabile, decretata dal governo locale, ha causato un peggioramento delle condizioni igieniche già precarie e aggravato l’epidemia di colera scoppiata a ottobre 2010 che ha finora causato circa 7.000 vittime. Quasi il 50% della popolazione vive in condizioni di precarietà e insicurezza alimentare e nel 2011 la comunità internazionale ha effettivamente stanziato solo il 60% dei fondi necessari per far fronte a questa situazione. Nonostante gli sforzi delle organizzazioni umanitarie, ad Haiti è ancora emergenza e il processo di ricostruzione tarda a dare risultati.

Negli ultimi 24 mesi, le ONG di AGIRE hanno lavorato in questo contesto a fianco della popolazione haitiana per costruire alternative dignitose. Proprio questo racconta “Nou Viv! Storie di Vita ad Haiti a due anni dal terremoto” un viaggio multimediale attraverso la forza degli Haitiani e la loro capacità di reagire alla tragedia che ha colpito il paese attraverso la cura di se stessi e degli altri, ma anche un’occasione per raccontare due anni di programmi umanitari realizzati nel paese.

In totale sono oltre 250.000 le persone che hanno direttamente ricevuto aiuto da AGIRE.
Ad Haiti, le ONG associate di AGIRE hanno portato a termine negli ultimi mesi le attività di ricostruzione di 13 scuole, 2 orfanotrofi, 3 centri di salute, 1 mensa, 1 spazio per lo sviluppo delle arti. Questa parte dei progetti ha inciso per il 41% sulla raccolta totale ed è quindi uno dei settori di intervento più consistenti ed evidenti.

Ma le attività realizzate in due anni vanno ben oltre. Nella fase iniziale di “prima emergenza”, sono state distribuite tende, cibo, acqua potabile e kit di beni di prima necessità ad oltre 78.400 persone in 40 campi. Operazioni fondamentali che, nelle prime settimane dopo l’emergenza, possono fare la differenza fra la vita e la morte per molte persone.

Le ONG di AGIRE hanno lavorato alla creazione di spazi ludico-ricreativi, montato ed equipaggiato 32 scuole temporanee e hanno fornito sostegno psicologico per il superamento del trauma alle vittime del sisma, soprattutto ai bambini. Hanno inoltre realizzato oltre 2.347 bagni, docce e latrine e 116 pozzi e pompe a mano, svolgendo parallelamente una fondamentale attività di formazione per diffondere buone pratiche igieniche, fattore determinante per tutelare la salute, soprattutto durante l’epidemia di colera.

Le organizzazioni di AGIRE hanno promosso attività generatrici di reddito attraverso il cosiddetto Cash for Work (lavoro in cambio di denaro), che ha coinvolto 17.000 persone nella rimozione delle macerie, la pulizia dei canali di scolo, la riabilitazione e ricostruzione delle infrastrutture, favorendo la riduzione della dipendenza economica dagli aiuti. Alcune organizzazioni del network hanno anche realizzato programmi di accompagnamento all’uscita dai campi profughi, sostenendo le famiglie nel pagamento dell’affitto e nell’avvio di attività di piccolo commercio, necessarie per ricostruire una vita dignitosa.

“Nou Viv! Storie di Vita ad Haiti a due anni dal terremoto” prende spunto dalla capacità non comune di molti Haitiani di difendere la propria umanità e il proprio diritto ad una vita degna. E’ un viaggio tra le persone che animano le strutture costruite e riabilitate dalle ONG di AGIRE e che testimoniano una straordinaria capacità di ”essere vivi” in un luogo complesso e duro come è oggi Haiti. “Nou Viv! “ è un multimedia con le splendide foto di Paolo Marchetti, le voci dei protagonisti haitiani e il sapiente montaggio dell’agenzia 10b Photography. “Nou Viv!” è anche un sito web che racconta queste storie, on line a partire dall’11 gennaio 2012 su www.agireadhaiti.it

Sul sito www.agire.it si possono invece trovare informazioni più approfondite sui singoli progetti, complete di rapporti e documenti di rendicontazione ed è inoltre possibile fare una “visita” virtuale sul campo grazie al sistema WEBGIS, che geolocalizza gli interventi e le attività delle ONG di AGIRE nel paese.

Fonte: Action Aid

Bioshopper , Legambiente: “Successo italiano, ma urgente fare chiarezza su biodegradabilità e compostabilità”

“Il bando sui sacchetti di plastica è un successo italiano, ma il commercio al dettaglio è inondato da finti bio-shopper. Per questo è urgente approvare una norma che definisca al meglio il concetto di biodegradabilità”.
Così Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente, è intervenuta oggi alla conferenza stampa di Assobioplastiche a Roma.
Gli italiani infatti, apprezzano molto il bando sui sacchetti non biodegradabili, come confermato anche dal sondaggio di Ispo commissionato da Assobioplastiche, ma ora serve un intervento normativo necessario a fare chiarezza sul concetto di biodegradabilità e compostabilità dei sacchetti diffusi in commercio. A un anno dall’entrata in vigore del bando, infatti, soprattutto il commercio al dettaglio è stato inondato da sacchetti di plastica tradizionale arricchiti con additivi chimici spacciati per “bio” ma che in realtà sono inquinanti quanto gli shopper banditi dal 1 gennaio 2011. Questi sacchetti, ad esempio, se usati per la raccolta differenziata dell’organico domestico, inquinano pesantemente il compost prodotto dagli impianti di compostaggio con frammenti di plastica, oltre a non degradarsi completamente qualora dispersi nell’ambiente.
“Chiediamo al ministro Clini di recuperare al più presto l’articolo del decreto Milleproroghe approvato dal Consiglio dei ministri ma poi inspiegabilmente scomparso prima della firma del Presidente Napolitano, che prevedeva la regola dello spessore al di sotto del quale i sacchetti devono essere realizzati con materiali biodegradabili e compostabili secondo la norma EN 13432 – ha aggiunto Rossella Muroni -. Solo in questo modo riusciremo a completare la rivoluzione italiana, partita con il bando e diventata un modello da seguire a livello mondiale, che ha fatto riscoprire ai cittadini del nostro Paese la sana abitudine dell’uso delle sportine riutilizzabili, fondamentali per ridurre concretamente l’uso dei sacchetti usa e getta”.

Serve poi una campagna informativa sull’innovazione delle bioplastiche, recentemente oggetto di critiche da parte di alcuni soggetti evidentemente poco informati, perché sostenere che la loro produzione possa affamare il mondo togliendo spazio alle colture alimentari, vuole dire non conoscere il settore, che usa invece anche materiali vegetali di scarto che non avrebbero altri utilizzi.
Le biopastiche sono il futuro di questo settore e non a caso il rilancio di alcuni poli chimici italiani in difficoltà o smobilitazione, come Porto Torres o Terni, prevede proprio la riconversione dei cicli produttivi dalla vecchia chimica del petrolio alla nuova chimica verde delle materie prime rinnovabili.

Fonte: Legambiente

WWF: Il rapporto UNEP dà la sveglia ai negoziati su clima. A Durban i governi alla sfida del futuro

Il rapporto pubblicato pochi giorni fa dalle Nazioni Unite (“Bridging the Emissions Gap”, Colmare il divario delle emissioni) mostra come gli sforzi globali per ridurre le emissioni di gas serra non stiano seguendo il percorso necessario per evitare il cambiamento climatico disastroso e sottolinea la necessità urgente che i leader del pianeta facciano concreti passi avanti ai negoziati di Durban, in Sud Africa, che si terranno dal 28 novembre al 9 dicembre. Il rapporto, realizzato dall’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente), la principale autorità mondiale sulle tematiche ambientali, trae conclusioni amare sullo stato degli sforzi globali per la riduzione delle emissioni e allo stesso tempo indica come tali sforzi possano essere resi efficaci. “Questo rapporto dovrebbe essere considerato una ‘prova del nove’ per i negoziatori che si preparano ai negoziati sul clima di Durban – ha detto Mariagrazia Midulla, Responsabile Policy Clima e Energia del WWF Italia, che sarà in Sud Africa per partecipare ai negoziati – Il rapporto mostra chiaramente che se non si intraprendono ora delle azioni decisive, il mondo si avvia verso cambiamenti climatici molto pericolosi. Ma anche l’UNEP conferma che possiamo ancora farcela, se ci impegniamo subito per fermare la deforestazione e creare un futuro basato su efficienza energetica e rinnovabili. Il gap infatti non né tecnico, né economico: è una mancanza di volontà politica e di leadership.” “Nessuno si aspetta che i governi riescano a colmare completamente il gap a Durban – ha detto Mariagrazia Midulla del WWF Italia – Ma i negoziatori devono almeno evitare che il gap aumenti a causa di norme deboli e scappatoie sul metodo di calcolo delle riduzioni di carbonio. Il tempo delle furbizie deve finire, la sfida è perseguire con lealtà ed efficacia la decarbonizzazione.”
Stando al rapporto dell’UNEP, per avere una possibilità verosimile di mantenere l’aumento del riscaldamento globale sotto i 2°C rispetto all’era preindustriale, entro il 2020 le emissioni globali devono essere ridotte a 44 gigatonnellate di anidride carbonica equivalente, ben al di sotto dei livelli correnti. Ma se anche gli impegni attuali più ambiziosi dei Governi fossero pienamente realizzati, le emissioni supererebbero questo limite di 6 gigatonnellate, un valore quasi equivalente alle emissioni annuali degli Stati Uniti. E in pratica il gap è ancora maggiore, fino a 11 gigatonnellate, a causa di impegni deboli e gravi lacune e scappatoie nei target di riduzione dei Paesi industrializzati.
Nonostante questo l’UNEP conferma che possiamo arrivare a colmare il gap entro il 2020 e mantenere i livelli di riscaldamento globale tra 1,5 e 2° C, puntando sull’efficienza energetica, promuovendo le energie rinnovabili, riducendo la deforestazione e migliorando le pratiche agricole; un aiuto importante può arrivare dalla riduzione delle emissioni da trasporto marittimo e aereo internazionale, attualmente non regolamentate.
“Tutti i Paesi possono e devono fare di più per ridurre il “Gigatonne gap”, vale a dire ridurre le emissioni ai livelli che ci consentiranno di evitare il peggio – ha concluso Mariagrazia Midulla del WWF Italia – Dobbiamo rafforzare la credibilità delle azioni dei Paesi sviluppati, eliminando le scappatoie nel conteggio delle emissioni e portando gli obiettivi ai livelli necessari per affrontare il cambiamento climatico secondo le indicazioni della scienza. L’Unione Europea, per esempio, deve accettare che il proprio impegno di tagliare le emissioni di appena il 20% entro il 2020 è troppo debole sta aumentando il gap, mentre gli Stati Uniti, che non hanno ancora un piano credibile per raggiungere il loro pur debole obiettivo di riduzione delle emissioni, devono al più presto adottarne uno.”

Per il WWF, i governi riuniti a Durban possono fare importanti passi avanti per iniziare a colmare il “gigatonne gap”:
· Devono sottoscrivere rigide regole che tengano conto delle emission reali, imponendo rigide
regole all’uso dei permessi di emission derivanti dal primo periodo di impegni del protocollo
Kyoto;
· Devono stabilire norme chiare sul doppio conteggio dei crediti derivanti dai meccanismi di
compensazioni (CDM, JI, ecc.), rispetto sia agli obiettivi dei Paesi sviluppati e sia agli impegni
dei Paesi in Via di Sviluppo, ed escludere quelle compensazioni che non producono reali
riduzioni e non promuovono uno sviluppo sostenibile.
· Devono raggiungere un accordo sulla necessità che le emissioni globali raggiungano il picco
entro il 2015 e siano ridotte dell’80% entro il 2050 rispetto ai livelli del 1990.
· Devono trovare un accordo su nuove e innovative fonti di finanziamento (per esempio un
meccanismo internazionale per il trasporto marittimo e aereo internazionale) che possano aiutare
a finanziare la riduzione delle emissioni e l’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici
nei Paesi in via di sviluppo.
· Devono trovare un accordo su un secondo periodo di impegni nel quadro del Protocollo di Kyoto
e dare un mandato chiaro per un accordo globale legalmente vincolante, con una tabella di
marcia che consenta un picco delle emissioni in tempi brevi, come ci suggerisce la comunità
scientifica.

Fonte: WWF Italia

Workman Blues di Hermes Mangialardo vince il PVI 2011

WORKMAN BLUES, il videoclip diretto e animato da Hermes Mangialardo, prodotto da Plasmedia su musica di Mauro Ottolini continua ad accumulare successi…dopo essere stato scelto tra i 5 migliori videoclip legati alla musica jazz dalla prestigiosa rivista americana “All About Jazz”  vince anche il premio “miglior montaggio” al PVI – Premio videoclip italiano.
Il video è stato realizzato su regia e animazione di Hermes Mangialardo, editing/post prod di Paolo Pinaglia, illustrazioni di Piero Schirinzi, face drawing di Giulio Rossi.

Non rimane che gustarci le splendide immagini del video:

http://www.youtube.com/watch?v=4EHlPU3FSF0

WWF: Governo non metta in discussione la volontà dei cittadini

“Non può essere un esponente del Governo a rimettere in discussione la chiarissima volontà dei cittadini italiani, che appena 5 mesi fa hanno dato, con il 95% dei SI al superamento del nucleare, un’indicazione chiara per il futuro energetico del Paese. Il nucleare in Italia è dunque fuori discussione, tanto più oggi che il nucleare francese mostra la corda e che l’EPR sta per essere abbandonato. Ci auguriamo che Corrado Clini, da Ministro dell’Ambiente, operi per garantire la sicurezza in tutta Europa, a partire dalle centrali in Paesi dell’Est comprate da imprese energetiche italiane”. Così il WWF Italia commenta le parole sul nucleare del neoministro all’Ambiente, Corrado Clini.

Fonte: WWF

Nigeria, nuovo rapporto di Amnesty International sull’inquinamento nel Delta del Niger

In un rapporto diffuso oggi, intitolato “La vera tragedia: ritardi e mancanze nella gestione delle fuoriuscite di petrolio nel Delta del Niger”, Amnesty International e il Centro per l’ambiente, i diritti umani e lo sviluppo (Cehrd) hanno affermato che la Shell deve impegnarsi a pagare una quota iniziale di un miliardo di dollari per bonificare la zona di Bodo, nell’Ogoniland, danneggiata da due grandi fuoriuscite di greggio nel 2008.

Il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite ha recentemente verificato che l’inquinamento da petrolio, in corso da molti anni, ha causato una devastazione nell’Ogoniland cui potrà essere posto rimedio in più di 25 anni. Le Nazioni Unite hanno raccomandato l’istituzione di un Fondo per il recupero ambientale da finanziare inizialmente con un miliardo di dollari e poi con ulteriori successivi contributi.

“Il mancato intervento immediato per fermare le fuoriuscite e bonificare la zona inquinata a Bodo ha devastato la vita di decine di migliaia di persone. Bodo è un disastro che non avrebbe mai dovuto accadere, eppure a causa di quel mancato intervento della Shell va avanti ancora oggi. È il momento che questa compagnia multimiliardaria ammetta, pulisca e paghi” – ha dichiarato Aster van Kregten, ricercatrice di Amnesty International sulla Nigeria.

Nel 2008 due fuoriuscite consecutive, causate dal cattivo stato dell’oleodotto, riversarono migliaia di barili di petrolio sulla terra e nell’acqua di Bodo, una città di 69.000 abitanti. Entrambe le perdite proseguirono per settimane prima di essere fermate. Nessuna bonifica degna di questo nome è stata mai effettuata.

“La situazione di Bodo è esemplificativa della più ampia realtà dell’industria petrolifera nel Delta del Niger. Le autorità semplicemente non controllano le compagnie. La Shell e le altre hanno la libertà di agire, o di non agire, senza timore di essere sanzionate. In assenza di meccanismi di regolamentazione indipendenti, efficaci e ben finanziati, tanta altra gente continuerà a soffrire a causa delle compagnie petrolifere” – ha sottolineato Patrick Naagbanton, coordinatore del Cehrd.

La Shell, che ha ultimamente dichiarato utili per 7,2 miliardi di dollari per il periodo luglio – settembre, offrì inizialmente alla comunità di Bodo 50 sacchi di riso, fagioli, zucchero e pomodori.

I danni in corso alla pesca e all’allevamento hanno causato scarsità di cibo e aumento dei prezzi. Gli abitanti di Bodo hanno riferito ad Amnesty International e al Cehrd quanto sia difficile sopravvivere e hanno denunciato gravi problemi di salute. La ricerca di un’occupazione alternativa non è semplice. Molti giovani sono stati costretti ad andare a cercare lavoro nella capitale Port Harcourt, a 50 chilometri di distanza.

Un pescatore di Bodo ha detto: “Prima delle fuoriuscite, la vita era facile. Si viveva di caccia e di pesca. Dopo, tutto è andato distrutto”.

Quando Amnesty International ha chiesto alla Shell di rendere conto del proprio operato a Bodo, la compagnia ha dichiarato di non poter rispondere nel merito, dato che le fuoriuscite di petrolio erano al centro di un contenzioso legale nel Regno Unito. La Shell sostiene che le iniziative per fronteggiare il problema sono pregiudicate dai continui atti di sabotaggio, un’affermazione messa profondamente in dubbio da Amnesty International e dal Cehrd.

“La Shell sostiene spesso che la maggior parte delle fuoriuscite è dovuta al sabotaggio. Quest’affermazione è fortemente contestata dalle comunità locali e dalle Organizzazioni non governative, secondo le quali il procedimento di raccolta dei dati sulle fuoriuscite è lacunoso. Persino nel caso di Bodo, in cui è acclarato che le fuoriuscite furono causate dalla negligenza della Shell, la compagnia ricorre alla scusa del sabotaggio per giustificare la mancanza di rispetto delle leggi e dei regolamenti nigeriani, che richiedono alle compagnie di bonificare e risarcire prontamente. Quella della Shell è una posizione insostenibile” – ha precisato Aster van Kregten.

“I fatti sono chiari. Due fuoriuscite, entrambe per colpa della compagnia, entrambe lasciate proseguire prima di venire bloccate, nessuna delle due bonificata nonostante siano trascorsi tre anni. Non possono esserci scuse. Da qualunque punto di vista lo si consideri, è un fallimento aziendale” – ha commentato Patrick Naagbanton.

Il rapporto di Amnesty International e del Cehrd critica fortemente anche le agenzie governative nigeriane, per non aver saputo far valere le norme esistenti. Il ministero federale per le Risorse petrolifere, responsabile del rispetto di tali norme da parte delle compagnie, ha allo stesso tempo il ruolo di promuovere l’industria petrolifera e di massimizzare gli utili.

L’Agenzia governativa per l’individuazione e la riparazione delle fuoriuscite di greggio (Nosdra) è inefficace e carente di risorse. Non ha modo di identificare autonomamente le fuoriuscite e dipende dalle informazioni che riceve dalle compagnie responsabili o dalle comunità colpite. La Nosdra ha ripetutamente omesso di applicare gli standard vigenti nel caso delle fuoriuscite di Bodo.

Il recente rapporto del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite ha sottolineato che, rispetto alle fuoriuscite di greggio, “le agenzie governative sono alla mercé delle compagnie petrolifere quando si tratta di condurre ispezioni sui siti”.

Ulteriori informazioni

Il 28 agosto 2008 una falla nell’oleodotto Trans-Niger provocò una grande fuoriuscita di petrolio nella zona di Bodo. Il petrolio continuò a riversarsi per almeno quattro settimane, forse addirittura per 10. La Shell denunciò la fuoriuscita di 1640 barili di petrolio. Secondo una stima indipendente, tuttavia, fuoriuscì l’equivalente di 4000 barili al giorno. La fuoriuscita venne fermata il 7 novembre.

Un mese dopo, il 7 dicembre, si verificò una seconda fuoriuscita, sempre a causa delle cattive condizioni dell’oleodotto. Venne segnalata alla Shell il 9 dicembre e venne fermata 10 settimane dopo.

Dopo aver cercato a lungo di ottenere la bonifica e un adeguato risarcimento da parte della Shell, nel 2010 la comunità di Bodo ha deciso di cercare giustizia presso i tribunali del Regno Unito. Il caso è ancora in corso, ma ha dato un po’ di speranza che la situazione di Bodo possa essere risolta.

Secondo il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite, oltre il 60 per cento degli abitanti della regione dipende dall’ambiente naturale per il suo sostentamento e tra il 1976 e il 2001 si sono registrate più di 6800 fuoriuscite, con una perdita approssimativa di tre milioni di barili di petrolio. Molti esperti ritengono che si tratti di un dato molto inferiore al reale.

Quando è stato chiesto di commentare i contenuti del rapporto, la Nosdra ha fornito informazioni limitate, mentre il Dipartimento per le risorse petrolifere non ha risposto affatto.

Il Cehrd è un’organizzazione senza scopo di lucro formata da contadini e che si occupa di questioni agricole. È stata fondata da ambientalisti, attivisti per la tutela dell’ambiente e operatori sanitari del Delta del Niger. Cerca di risolvere i problemi ambientali, di diritti umani, di salute rurale e di sottosviluppo che piagano la regione.

L’azione di Amnesty International sulla responsabilità delle aziende si svolge nell’ambito della campagna globale “Io pretendo dignità”, che intende porre fine alle violazioni dei diritti umani che causano e aggravano la povertà. La campagna mobilita persone di ogni parte del mondo per chiedere ai governi, alle aziende e ad altri soggetti di ascoltare le voci di coloro che vivono in povertà e di riconoscere e proteggere i loro diritti.

In occasione del lancio del rapporto “La vera tragedia: ritardi e mancanze nella gestione delle fuoriuscite di petrolio nel Delta del Niger”, la Sezione Italiana di Amnesty International organizza a Roma il 22 novembre, insieme alla Campagna per la riforma della Banca Mondiale e ad Aktivamente, una serata dedicata ai diritti umani nel Delta del Niger. Al Nuovo Cinema Aquila (via L’Aquila 68, dalle 20.30), video, fotografie e un dibattito con le tre organizzazioni permetteranno di conoscere il devastante impatto delle attività delle aziende petrolifere, tra cui la Shell, che operano nella regione da oltre 40 anni.

Fonte: Amnesty International

Lampedusa, Save the Children: non dimentichiamo l’emergenza minori. Dopo Belay Yeabsera (“dono di Dio”), un altro neonato arriva a Lampedusa.

Dopo quasi tre mesi, oggi c’è stato un nuovo sbarco di migranti dalla Libia (l’ultimo era avvenuto il 16 agosto). Nel barcone anche un bambino nato durante il viaggio che è stato trasferito con la sua mamma dal Poliambulatorio di Lampedusa all’Ospedale di Agrigento. Un caso che ricorda quello del piccolo Belay Yeabsera (nome che significa “dono di Dio”) nato in mare durante il viaggio verso l’Italia nello scorso mese di marzo.

Sono 2.737 i minori sbarcati a Lampedusa dall’inizio dell’anno, di questi, 2.599 sono arrivati in Italia senza familiari. Molti di loro (circa 600) non hanno ancora raggiunto una destinazione definitiva e sono accolti in strutture di accoglienza temporanea (SAT).

Save the Children ha realizzato un monitoraggio di queste strutture. In circa tre mesi, da luglio a settembre 2011, 1.028 minori non accompagnati giunti a Lampedusa sono stati accolti in 24 SAT, ovvero in strutture temporanee che si trovano in Calabria, Sicilia, Basilicata, Puglia e Toscana, e che sono state identificate dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali come strutture che si devono fare carico della prima accoglienza dei minori in attesa del loro trasferimento in comunità di alloggio definitive.

Si tratta del 40% circa del numero complessivo di minori non accompagnati arrivati a Lampedusa dall’inizio del 2011. 589 minori sono stati trasferiti nelle strutture di transito solo dopo aver passato almeno 20 giorni a Lampedusa, tra di essi alcuni (42) hanno atteso il trasferimento sull’isola per più di 50 giorni.

La maggior parte dei minori non accompagnati trasferiti da Lampedusa nelle SAT proviene dalla Libia ed è originaria di Paesi dell’Africa sub sahariana. Al 30 settembre 2011, tuttavia, il 63% circa dei minori ivi trasferiti (pari a 686) è tuttora in attesa di essere collocato in comunità definitive. Il 10% (106 minori) è fuggito dalle SAT dove era stato collocato, in Campania (30), Calabria (26) e Sicilia (50).
Questa è la prima istantanea che emerge dal rapporto L’accoglienza temporanea dei minori stranieri non accompagnati arrivati via Mare a Lampedusa nel contesto dell’emergenza umanitaria Nord Africa di Save the Children, realizzato dall’organizzazione dopo aver monitorato 24 strutture di accoglienza temporanea presenti sul territorio italiano e a cui sono stati destinati i minori provenienti da Lampedusa, da oggi disponibile online sul sito dell’Organizzazione (www.savethechildren.it/pubblicazioni ). Il monitoraggio è stato svolto da 3 team di consulenti legali e mediatori culturali nell’ambito del progetto Praesidium, in convenzione con il Ministero dell’Interno. Nel corso dei sopralluoghi, sono state monitorate le condizioni di accoglienza, ascoltando anche il punto di vista diretto dei ragazzi accolti. Il quadro che ne è emerso è in linea generale positivo, anche se non mancano alcune importanti criticità.

“Le Strutture di Accoglienza Temporanea hanno rappresentato senza dubbio una alternativa di accoglienza fondamentale rispetto alle condizioni inaccettabili che i minori hanno sperimentato a Lampedusa. La maggior parte prevedono corsi di alfabetizzazione, attività di carattere ricreativo, un servizio di mediazione culturale e postazioni telefoniche per contattare i familiari” ha affermato Raffaela Milano, Direttore Programmi Italia-Europa di Save the Children. “Il principale problema, tuttavia, è rappresentato dall’eccessivo prolungarsi del periodo di permanenza degli stessi nelle SAT, che per loro natura dovrebbero essere delle strutture di transito, e i tempi lunghissimi per l’apertura delle tutele, che sono un grosso problema soprattutto per coloro che stanno per diventare maggiorenni.” “Ci auguriamo che la decisione del 31 ottobre scorso che rende possibile l’ampliamento del 25% dei posti disponibili nelle Case famiglia per accogliere i minori ancora in attesa di collocamento provenienti dal nord Africa, in deroga ai limiti imposti dalle disposizioni delle regioni o delle province autonome, faccia superare rapidamente questa situazione e garantire ai minori un effettiva opportunità di integrazione.

“ Oltre che per l’eccessivo prolungarsi del periodo di permanenza in SAT, esprimiamo preoccupazione anche per il fatto che l’apertura della tutela non sia sempre garantita durante il periodo di permanenza dei minori in SAT, ma rinviata al momento e al luogo del successivo trasferimento in comunità per minori anche quando supera i 30 giorni”, continua Raffaela Milano.

Al 30 settembre, gli enti gestori di 6 SAT (di cui 3 in Calabria, una in Basilicata, una in Sicilia e una in Campania) non avevano presentato richiesta di nomina del tutore; quelli di 18 SAT avevano provveduto a inoltrare al Giudice Tutelare la richiesta di nomina del tutore, ma la nomina era già avvenuta solo in 2 SAT (di cui 1 in Toscana e 1 in Calabria). Erano dunque meno di 100 (su 686) i minori non accompagnati in SAT con un tutore.

Tra le altre criticità rilevate nel Rapporto vi è la inappropriata collocazione di alcune strutture in prossimità di piccoli centri o isolati rispetto ai centri urbani, i rischi di reclutamento dei minori in circuiti di manodopera irregolare, la scarsa esperienza degli operatori di alcune strutture nella conduzione di centri per minori stranieri.
“Riteniamo che l’esperienza delle SAT, superate le criticità individuate, necessita di essere integrata in un piano organico di protezione e accoglienza per i minori stranieri non accompagnati, di cui il nostro Paese ha assoluto bisogno”.

Fonte: Save the Children

Il G20 mette al sicuro le economia più ricche: milioni di persone abbandonate nella povertà

De Fraia, “Con 22 miliardi di dollari in aiuti promessi ma non versati, l’Italia non risponde all’appello del G20 che chiede a tutti di fare la propria parte per lo sviluppo globale”

Cannes, 4 novembre 2011 – “Il G20 ha perso un’occasione per dimostrare di potersi occupare della governance mondiale, preoccupandosi di rispondere alla crisi finanziaria senza affrontare la questione dello sviluppo a livello globale”. Questo commento di Luca De Fraia, Vice segretario generale di ActionAid, al termine del Vertice di Cannes. Nell’anno in cui una delle più gravi siccità a livello globale ha colpito il corno d’Africa, il G20 si era impegnato a trovare un accordo sulla riduzione della volatilità dei prezzi alimentari, includendo delle misure di regolamentazione delle speculazioni sulle commodity agricole. “Il G20 si è limitato ad affermare la volontà di aumentare la trasparenza del commercio dei derivati – spiega De Fraia – ma ha sostanzialmente evitato di prendere provvedimenti stringenti e immediati per ridurre la volatilità dei prezzi”.

Il G20 non sostiene la proposta per l’istituzione di riserve alimentari strategiche come strumento di riduzione della volatilità dei prezzi – denunciano da ActionAid – e semplicemente prende atto di un progetto pilota per riserve di emergenza in Africa Occidentale. Sul fronte della regolazione dei mercati, inoltre, il G20 continua ad ignorare il ruolo chiave svolto dall’aumento della produzione di biocarburanti nel causare un aumento significativo della volatilità dei prezzi. Il comunicato finale del G20 chiede che gli scambi OTC (Over the Counter) vengano registrati in maniera trasparente. “Si tratterebbe di un impegno che, se fosse rispettato, sarebbe di certo un risultato importante ma non sufficiente ad invertire il trend destabilizzante degli investimenti speculativi”, continua il portavoce dell’organizzazione.

Anche sul fronte della Tassa sulle Transazioni Finanziarie (TTF), cavallo di battaglia dell’amministrazione francese e tedesca, i risultati concreti sono pochi. “La TTF avrebbe potuto rappresentare uno strumento fondamentale per trovare risorse da dedicare allo sviluppo globale”, spiega ancora De Fraia. “Purtroppo ancora una volta hanno prevalso gli interessi delle lobby e delle economie più ricche che, in questo momento di difficoltà economica globale, hanno preferito proteggere il sistema bancario, piuttosto che dare nuove possibilità di sviluppo ai paesi poveri”.

“Sapevamo che la crisi finanziaria avrebbe dominato l’agenda dei leader – conclude De Fraia – e il Summit ha dimostrato di essere un club dei paesi ricchi ed emergenti, non in grado di dare le risposte necessarie per rilanciare lo sviluppo e l’economia dell’intero pianeta. Il testimone ora passa al Messico che ci auspichiamo sappia acquisire la solida leadership sui temi dello sviluppo che il G20 nel 2011 non ha saputo dimostrare”.

“Ci rammarichiamo che il presidente Berlusconi nella conferenza stampa conclusiva si sia concentrato solo sui problemi economici nazionali quando la dichiarazione finale del G20 conferma gli impegni dei paesi più ricchi. Il nostro paese deve rispondere in modo credibile per colmare il buco di 22 miliardi di dollari, accumulati negli ultimi dieci anni” conclude De Fraia.

Fonte: Actionaid

L’OIPA deposita l’istanza per la chiusura di Green Hill

Lunedì 31 ottobre l’OIPA Italia Onlus (Organizzazione Internazionale Protezione Animali) ha presentato al sindaco di Montichiari, Elena Zanola, istanza di chiusura (ai sensi dell’ex.art.50 comma 5 D.L.vo n. 267/00) dell’allevamento Green Hill.

L’istanza segue la perquisizione che le guardie zoofile OIPA, su mandato della Procura della Repubblica di Brescia, hanno effettuato il 30 settembre scorso all’interno dei capannoni dell’allevamento al fine di compiere approfonditi accertamenti sullo stato di detenzione dei 2500 cani, documentazione, registri e verbali, segnalando alla Procura violazioni penali, ora al vaglio del Magistrato titolare, Dott.ssa Lara Ghirardi, e violazioni al Decreto Legislativo n.116/92 e alla Circolare del Ministero della Sanità n.8 del 22 aprile 1994. Nello specifico sono stati contestati:

  • box di circa 5 metri quadrati all’interno dei quali vengono detenuti fino a 5 cani
  • assenza del registro di carico e scarico degli animali presenti nell’allevamento
  • assenza di aggiornamento della banca dati dell’anagrafe canina regionale, per un totale di circa 400 cani non registrati

Sono inoltre ancora in esame altre situazioni che potrebbero risultare irregolari e configurare il reato di maltrattamento:

  • la presenza di un solo medico veterinario a garantire il benessere di 2500 cani e l’elevato inquinamento acustico causato dall’incessante abbaiare di centinaia di animali rinchiusi all’interno dei singoli capannoni, così intenso da obbligare il personale ad utilizzare le cuffie insonorizzate.
  • il ritrovamento di 35 cani deceduti e sprovvisti sia del relativo certificato di morte sia di un certificato veterinario che ne attestasse la causa.

Oltre agli aspetti che sono regolamentati dalla legge, è da considerarsi anche l’aspetto psicologico ed emotivo che non può essere misurato o sanzionato, ma che determina l’enorme disagio di questi animali. I cani allevati in attesa di essere venduti vivono in condizioni incompatibili con la natura di animali sociali ed esplorativi che li contraddistingue. Sono infatti rinchiusi in box asettici, privi di qualsiasi interazione sociale ed emotiva, esposti costantemente alla luce artificiale, oltre che costretti a sopportare l’incredibile frastuono dovuto agli abbai e ai latrati dei migliaia di cani compagni di prigionia all’interno dei capannoni.

Da circa un mese stiamo portando avanti le indagini su quanto rilevato durante il primo controllo all’interno di Green Hill effettuato da un’associazione animalista – commenta Massimo Comparotto, Presidente dell’OIPA Italia Onlus – Abbiamo lavorato dietro le quinte al fine di poter controbattere con argomenti concreti e sul piano legale a quanti avevano dichiarato che all’interno dell’allevamento era tutto in regola. Ora porteremo avanti ulteriori accertamenti con l’auspicio che l’istanza di chiusura venga valutata con la dovuta serietà dal Sindaco di Montichiari o dal Ministero della Salute”.

Gli accertamenti condotti dall’OIPA rispondono, anticipandola, alla richiesta inoltrata dal Ministro Michela Vittoria Brambilla alla Procura di Brescia attraverso un esposto presentato pochi giorni fa.

In allegato l’Istanza di chiusura consegnata al Sindaco di Montichiari (BS) e al Ministero della Salute.

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